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Darboe e una storia di famiglia: “Lo abbiamo scoperto, ora lo adotteremo”

Quando si parla di legami, non si scherza mai. Non è la prima volta, non sarà nemmeno l’ultima, in cui si sente dire: “Sì, abbiamo cominciato lavorando insieme. Ma ormai fa parte della mia famiglia”. Ma quando ascolti la storia di Ebrima Darboe avverti che qualcosa di diverso comunque c’è. “Ora diventerà uno di mia famiglia. Ma davvero”, ci racconta Miriam Peruzzi, che proprio Ebrima ha ringraziato ai microfoni di Sky dopo la partita contro il Manchester United. L’ha scoperto quando era un ragazzino, l’ha portato alla Roma. E ora diventerà suo fratello.

La storia di Ebrima Darboe

Proprio così, mio papà a breve lo adotterà”. Cuore e calcio, in tutti i sensi. Il padre di Miriam è Giulio, di professione tattico: ha lavorato tra gli altri con Indiani e, di recente, Breda a Perugia. Ebrima è davvero di famiglia. Lo chiama “Ibra”, e la storia di come hanno cominciato a lavorare insieme è “una favola, credetemi”. E allora la ascoltiamo.

 


 

Come da diverso tempo, mi trovavo a Rieti, nella giuria della Scopigno Cup. Erano tre anni fa, me lo ricordo come fosse ieri”. Miriam Peruzzi è una delle poche scout donna in un mondo decisamente maschile. “Mi sono specializzata nel calcio africano: Gambia e Senegal ma non solo. Chiunque nel settore lo sa: mi sono fatta le ossa anno dopo anno, sudandomi questa posizione”. Lo sottolinea, ci torneremo dopo. “Durante quei giorni, erano venuti a parlarmi due ragazzini: Ibra e Francis Gomez (21 anni, centrocampista centrale ora alla Recanatese, ndr). Mi avevano chiesto con grande insistenza di vederli, di poterli valutare. Ma giocavano nello Young Rieti, una squadra amatoriale che partecipava a un torneo di zona. Io guardavo Palmeiras, Roma… Avevo davvero la testa altrove”. Ma poi, era scattata la molla.

 


 

Mi sono detta che con tutti i sacrifici che ho dovuto fare io per farmi notare, non avrei potuto negare a loro, che per giorni mi hanno chiesto di visionarli, questa possibilità. E quindi sono andata”. Per fortuna. “Ebrima era molto magro, esile, ma aveva una visione superiore alla media. Come Francis. Erano entrambi  davvero molto svegli, non c’entravano nulla con quella categoria: rapidità di gioco, passaggio di prima, giocate pulite…”. Il problema poteva essere il fisico.


La famiglia gambiana di Darboe

E infatti, prima di proporlo alla Roma ci ho pensato bene. Ma lì c’era Massara, che con Massimo Tarantino ha notato subito le qualità del ragazzo. Io con loro ero stata chiara: fisicità e tecnica migliorano anno dopo anno, ma l’intelligenza o c’è o manca. E Ibra ne ha tantissima”. Colpito e affondato.

La firma con la Roma

La parte contrattuale è passata alle mani di Giorgio Ghirardi della Vigo Global Sport Services, la società italiana con cui Miriam, da scout, collabora. “E sono felicissima di questo: Giorgio è il mio migliore amico, dei contratti non voglio sapere nulla. Io penso al campo: uno scout deve girare, respirare l’erba, parlare con i giocatori, conoscerli. Tre anni fa, Darboe era solo un ragazzino, ora è un uomo, che ha le potenzialità di fare bene ad altissimi livelli”.

 


La famiglia Peruzzi: la mamma Maria, il papà Giulio, Miriam e il fratello David

 

Ma che lavoro c’è stato dietro per arrivare così in alto? “Enorme, credetemi. Papà tutte le sere lo chiamava per dargli nozioni di tattica, e nei weekend, quando non giocava, veniva a casa sua a Marciano della Chiana” per ulteriori ripetizioni. “A casa mia si parla di tattica e calcio, una cosa da diventare matti”, ride. Ma ha funzionato. “Ibra aveva bisogno anche di questo: il padre non c’è più da nove anni, la mamma è rimasta in Gambia. Ha due sorelle e un fratello più piccolo. A Roma, in un contesto come quello, poteva sentirsi spaesato”.

La crescita di Darboe

Ma è lì che è entrata in gioco l’intelligenza. “Con mio papà e pure mia mamma (Maria de Parma, è sindaco di Marciano della Chiana, ndr) non sono mancati gli scontri, eh: culture, abitudini, perfino religioni diverse. Sono aspetti che contano. Spesso si pensa che il calcio sia solo in campo, invece la maggior parte è fuori. E poi c’era quel problema del fisico: pesava 50 kili, ne ha presi venti lavorandoci giorno dopo giorno, anno dopo anno. Per fortuna esistono figure come Alberto De Rossi, Morgan De Sanctis: fanno il bene della società e hanno fatto il bene di Ibra”.

 

È felice, Miriam. Ne parla con grande passione. Di talenti ne ha scoperti tanti, soprattutto dall’Africa (è presidente delle scuole calcio del Benin, per dire). “Ma la differenza è che qui siamo riusciti a prendere davvero un giocatore dal nulla per farlo diventare un campione. Attenzione, sia chiaro: non stiamo parlando di Cristiano Ronaldo. Nemmeno per sogno. Ma se oggi Ibra entra contro il Manchester United, senza sentirsi spaesato, fa bene, e sento dire da tanti che è forte… beh, un po’ di soddisfazione me la prendo”. Perché il difficile era pensarci tre anni fa.

 


 

Ora vi mando le foto della Peruzzi’s Family”. Ci dice, in conclusione. Sono di qualche anno fa. E con un ragazzino secco secco, nero, che sorride felice. La favola è terminata.

Valentino Della Casa

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