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Il "fiore" del Porto: Alenichev, la Roma e... Mourinho: "Ha fatto qualcosa di fantastico"
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Di solito si dice il contrario, ma anche passare da meteora a stella è un attimo. Soprattutto se le qualità le hai davvero. In Italia, negli anni Novanta, non era facile emergere, ma se vinci da protagonista una Coppa Uefa e una Champions League, segnando in entrambe le finali, allora le qualità le hai davvero. Dimitri Alenichev è stato questo nel nostro calcio: alla Roma e al Perugia non è andata come sperava. Nel Porto di Mourinho è stata tutta un’altra storia.

  

"Ho capito subito quanto sarebbe stato difficile per me”, ci racconta in esclusiva l’ex fantasista russo. Aveva una tecnica pazzesca: era veloce, sapeva dribblare e segnare. In Russia era emerso così: esordio nel Lokomotiv nel 1991, poi il passaggio allo Spartak nel gennaio del ‘94, dove sarebbe diventato un protagonista assoluto (194 partite, 30 gol e 32 assist).

Quando Alenichev andò alla Roma: "Una trattativa difficile"

Quindi, ad agosto 1998, la Roma: “Aveva avviato i contatti con lo Spartak il mio agente italiano, Giovanni Branchini (e il retroscena sulla storia di Mandzukic al Milan, ndr). È stata una trattativa dura: mi sono dovuto esporre di persona con il mio allenatore, Romantsev, perché non mi voleva lasciar partire. Per me sarebbe stato importantissimo mettermi alla prova in Serie A: lui l’aveva capito, e alla fine ero riuscito a trasferirmi”.

 

Ma in un anno e mezzo le cose non sono andate come avrebbero dovuto. Solo 7 gol (vi ricordate la magia di Bartelt?) in totale in 43 gare complessive. “Ma quel campionato era il più forte e il più difficile di tutti. La concorrenza è sempre stata altissima: ho giocato con dei fenomeni e ho affrontato giocatori come Zidane, Ronaldo, Batistuta, Del Piero, Maldini, Rui Costa, Veron, Inzaghi… Capite? Per me resterà comunque un’esperienza indimenticabile. Paura? No, solo normale competizione”. Ma non è andata bene. A gennaio 2000 (ha giocato in squadra anche con Fabio Junior), il passaggio al Perugia in cambio di Nakata: gioca con regolarità, ma non incide più di tanto. “L’ho vista come una destinazione temporanea, volevo giocare da altre parti in Europa”.

Alenichev e il retroscena di calciomercato

Destinazione penisola iberica. “Ma non in Spagna: quando ero alla Roma mi aveva cercato il Celta, ma volevo rimanere in giallorosso”. Poi, però è arrivato il Porto (dove in porta c'era Baia: vicinissimo alla Juventus), con cui avrebbe fatto la storia. “Si erano fatti avanti in primavera, mentre ero al Perugia. Ero entusiasta all’idea: la mia idea era quella di vincere lo scudetto e la Coppa del Portogallo”. E se gli avessero detto che avrebbe vinto anche Coppa Uefa e Europa League nel 2003 e 2004? “Quelli erano dei sogni. Per fortuna si sono avverati. E ho anche avuto la fortuna di segnare in entrambe le finali”. Momenti indimenticabili, speciali.

 

Gioco di parole scontato, perché in panchina c’era un giovanissimo Special One, che ora sarà il nuovo allenatore giallorosso, guarda un po'. “Mourinho è sempre stato una persona meravigliosa. Sono passati tanti anni, ma lui non è cambiato per niente. Quando ero arrivato, non aveva conquistato alcun titolo ancora: ha fatto qualcosa di fantastico e ho mantenuto degli ottimi rapporti ancora adesso”.

E magari qualche cosa, da lui, l’ha pure imparata. Ha avuto un incarico da parlamentare per qualche anno, ma alle poltrone della Duma preferisce la panchina del campo. “Ho preso una breve pausa adesso, ma in estate voglio ricominciare”.

 

 

Nel 2015 ha allenato anche il suo Spartak, per poi passare l’anno dopo il testimone all’italiano Carrera. “Dedico molto tempo alla scuola calcio aperta dai mie figli”, dice con orgoglio. Di sicuro, qualche insegnamento di tecnica sa darlo. Con lui si parla un po’ in russo e un po’ in italiano. “Niente inglese, farei troppa fatica. La vostra lingua la capisco ancora molto bene”. Meteora a chi?

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