Vincere la Serie A è l’apice per ogni allenatore. Essere destituito e ghettizzato per il proprio essere, la religione ebraica, il punto più basso per una persona. E la fine fu la più tragica nell’Europa della Seconda Guerra Mondiale, nell’Italia fascista alleata della Germania nazista: la morte nel campo di sterminio di Auschwitz.
È la storia di Arpad Weisz che vinse uno Scudetto con l’Inter – allora Ambrosiana – nel 1930 (il primo campionato con la denominazione Serie A, tra l’altro) e due con il Bologna nel 1936 e 1937 nell’Italia fascista.
Il 1938 fu l’anno che segnò il suo destino. Il 16 ottobre la società rossoblù lo rimosse dall’incarico, su pressione della prefettura, dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali. Il 16 ottobre del 1938 fu esonerato dal Bologna, con il prefetto che ‘sconsigliava’ l’esercizio di un ebreo su campi sportivi e su suolo pubblico.
“Che fine ha fatto Arpad Weisz?”, si chiede il giornalista di Sky Sport Matteo Marani cercando di trovare una soluzione quando ha cominciato le ricerche per il suo libro ‘Dallo Scudetto ad Auschwitz’, che racconta il destino di Weisz. La risposta all’enigma è la peggiore: l’allenatore ungherese è stato costretto a terminare la sua carriera per le leggi razziali e la sua vita nel campo di sterminio di Auschwitz.
L’indizio chiave è arrivato da un’altra scuola, il Bombicci di Bologna. Lì Marani ha cercato informazioni su Roberto Weisz, figlio di Arpad, che era presente nei registri scolastici fino al 1938, anno di entrata in vigore delle leggi razziali. E poi cancellato.
Grazie ai suoi compagni di scuola, riuscì a ricostruire la tragica fine della famiglia. Da quell’ottobre la fuga in Olanda, dove allenò fino al 1942, anno in cui la Gestapo lo catturò insieme alla moglie Elena e i figli Roberto e Chiara, di 11 e 9 anni. Quel giorno fu l’ultimo che la famiglia Weisz passò insieme. Arpad fu mandato nei campi di lavoro dell’Alta Slesia, in Polonia, e trasferito ad Auschwitz, due anni dopo, non più in grado di lavorare. Lì dove due anni prima fu sterminata la sua famiglia e lì dove trovò la morte in una camera a gas il 31 gennaio del 1944.
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