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Valentino
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"Samp nel cuore, ma quella chiamata della Juve...". Bellucci e la nuova vita in Azerbaigian
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Terrazza sul mare, tramonto. Guardare l’orizzonte e sognare. Uno spettacolo così piace a tutti: a Roma aveva Fregene, a Genova il Mar Ligure. Persino a Baku, Claudio Bellucci non ha perso questa abitudine: ha vissuto una realtà nuova, entusiasmante. L’Azerbaigian, di cui è stato vice allenatore, l'ha portato a Torino, di passaggio, pera sfida contro il Portogallo. Chi ha la memoria lunga, ricorderà che da attaccante ha giocato giusto 268 partite. Fino al 2021, è stato il primo collaboratore di De Biasi con la Nazionale azera (insieme a lui anche Benny Carbone): “Un’avventura che mi ha dato tantissimo”.

"Io e Cassano..."

Tra gli anni Novanta e Duemila, Bellucci è stato un talento. Uno di quelli che segnava abbastanza (restiamo alla Serie A: 54 reti), ma che soprattutto aiutava i compagni a fare gol, tipo questi.

Mazzarri, nei due anni insieme alla Samp, me lo diceva sempre. ‘Siete tu e Cassano, magari torni l’80% delle volte tu, e il 20% lui’. Il primo anno segnai 12 gol io e 9 Antonio; il secondo 5 e 12: non è andata così male, anche se uscivo sfinito”, ride. Il ricordo della Sampdoria è per lui quasi tutto: si è trasferito a Genova a 13 anni, selezionato quando giocava nella Lodigiani. “In Liguria sono la mia casa e il mio cuore”, ci racconta. E a volte il cuore viene tradito: croce e delizia del calciomercato.

La prima delusione...

Mi ricordo ancora come mi ero sentito dopo la stagione al Venezia in Serie B. Era l’estate del ‘97, avevo segnato 20 gol in 33 gare e speravo che la Samp mi desse una possibilità. Invece, rientrato dal prestito mi comunicarono che ero stato ceduto in comproprietà al Napoli. Ci sono stato male per qualche giorno. Poi mi sono detto che sarei andato in una delle società storiche del nostro calcio: l’ho presa con entusiasmo. Ma me l’ero legata al dito, sapevo che prima o poi sarei tornato”. Quattro anni in Campania a corrente alternata, dove, dopo la retrocessione, riconquista la promozione, poi sei stagioni a Bologna in cui diventa un simbolo. Quindi, riecco la Samp: nuova esperienza, nuove soddisfazioni, prima di chiudere a Modena (con una breve parentesi a Livorno) nel 2011. Quella in blucerchiato è stata la storia della sua vita. Quella con la Juventus, l’esperienza sfiorata.

... e la Juventus

8 novembre 1998: sul campo di Udine, il ginocchio di Del Piero aveva fatto crack. Rottura del crociato, stagione finita. Moggi (il retroscena su Davids) aveva pensato a un sostituto, e tra questi c’era anche lui, Bellucci, che l’anno prima aveva segnato 10 reti nel Napoli che non avevano evitato la retrocessione. “Era una possibilità, ci furono dei contatti: mi sarei giocato le mie carte fino a fine stagione e poi si sarebbe visto come proseguire. Ma alla fine il Napoli bloccò tutto: doveva vincere il campionato per tornare subito in A e non acconsentì”. Dopo qualche mese, Bellucci si ruppe il tendine della caviglia che gli costò quasi un anno e mezzo di riabilitazione: “Vuol dire che non era proprio cosa”, sorride. Da giocatore ha sempre scelto di restare in Italia: l’Espanyol gli aveva proposto un contratto quando era al Napoli; il West Ham quando era alla Sampdoria. Ed è proprio a Genova che ha cominciato ad allenare.

 

Tutte le giovanili, fino all’esperienza come vice di Zenga. Quindi, si è messo in proprio: Arezzo e Albissola tra il 2017 e il 2019. Fino all’Azerbaigian, la sua prima volta fuori confine. “È nato tutto da un appuntamento con De Biasi. Ci siamo visti di persona, lui mi voleva nel suo staff e io ho accettato con entusiasmo. È strano vivere all’estero, ma vedendo la disponibilità che stiamo incontrando, non posso che essere felice. E poi Gianni ha avuto una grande esperienza con l’Albania: è un fattore determinante”.

 

Fare il vice dà prospettive diverse: “Da fuori sembra di avere meno responsabilità, visto che si compare meno, ma alla fine le decisioni si prendono in comune. De Biasi ha un livello culturale altissimo: conosce lingue, paesi, persone... Vista la mia storia, sotto questo punto di vista ho davvero tanto da imparare. I miei modelli? Ho tre fari: Eriksson, che mi ha dato la possibilità di esordire in Coppa Italia facendomi anche calciare un rigore (27 ottobre 1993: partita contro il Pisa, ndr); Mazzone, che ha scommesso su di me a Bologna; Ulivieri, maestro di calcio e di vita”. Insegnamenti che gli sono serviti in campo e che gli serviranno in panchina. A 47 anni, non ha perso la voglia di imparare. Guardare l’orizzonte, fa venire voglia di superarlo.

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