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"Quando dissi a Pirlo di stare zitto...": Mazzone e quel cambio in campo
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Andrea, stai zitto!”. Come? A Pirlo? Poteva dirlo solo Mazzone. “Me lo ricordo ancora” dice divertito. Chi? Carlo in persona. Che insieme a un altro Carletto – Ancelotti – ha trasformato quello che era un buon giocatore in un campione. I due si sono incontrati a Brescia nel 2001: sei mesi cruciali. Bellissimi.

 

 

Era quel Brescia lì, quello che ricordiamo tutti: Mazzone in panchina, Baggio con il 10 sulla schiena, Tare e Hubner in attacco. Mancava Guardiola, ma non la qualità a centrocampo. Pirlo era arrivato a gennaio, in prestito dall’Inter: un ritorno, dopo l’esordio di qualche anno prima. Aveva 22 anni, era pronto per affrontare un’alta Serie A (finire al settimo posto in quegli anni non è proprio cosa da poco). 10 partite giocate e una frattura al metatarso che lo ha costretto a chiudere prima la stagione. Da centrocampista, però.

 

 

È accaduto tutto durante un’amichevole”, racconta Mazzone a Grandhotelcalciomercato.com. “Dissi ad Andrea di provare a spostarsi un po’ più indietro”. Lo aveva presentato come nuovo Rui Costa, vedendolo si era ricreduto. “Andrea stesso aveva qualche dubbio, ma non ne volli sapere e gli chiesi farmi sapere alla fine. Terminata la partita, si avvicinò per confermarmi che si era trovato benissimo. «A posto, da adesso cominci a stare lì», gli risposi”. Come cambiare una carriera in pochi metri.

"Tenerlo sul pezzo"

Lo dicono tutti, non devo certo ricordarlo io”, continua Mazzone, “la personalità non gli mancava. Le parole invece sì, non apriva mai bocca. Tanto che a volte sembrava assorto nei suoi pensieri”. Fin troppo. “Un giorno stavo spiegando tattica: c’era chi si muoveva, chi palleggiava. Lui era fermo come una statuta”. E cosa fa Mazzone? Smette di parlare, di colpo. E grida. “Andrea! Vuoi stare zitto?”. Tutti si girano verso di lui, lui strabuzza gli occhi. “Mister, ma non sto parlando!”. “Ecco appunto. Ora parli, e poi taci”. “Mi piaceva tenerlo sul pezzo”, dice Mazzone.

"Silenzio, arriva Mazzone"

Che a volte a Pirlo, e ai suoi ex giocatori, qualche messaggio ancora lo scrive. “Non è facile allenare la Juve, è la sua prima esperienza. Raggiungere subito la finale di Coppa Italia è un grande traguardo”, continua. Qualche anno fa, in occasione dell'addio al calcio proprio di Pirlo, in rappresentanza di Mazzone andò il nipote, Alessio. Una volta riconosciuto, tutti gli ex giocatori allenati da Carletto lo hanno salutato come uno di famiglia, ma quasi con quella reverenza che ha uno studente quando incontra un parente di un suo professore. Perché quando prima di un allenamento, negli spogliatoi, si sentivano sbattere le porte o una voce con accento romana in lontananza, calava il silenzio, come in una classe.

 

Si dice che anche con Pirlo sia così, ora, in casa Juventus. “La mia eredità? Ognuno ha un suo percorso”, conclude Mazzone. Un sorriso dall’altra parte del telefono. È l’orgoglio di chi sa di aver fatto qualcosa di importante. E di aver costruito qualcosa che stiamo ancora raccontando.

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